Alessia Canfarini, executive coach e autrice, ci spiega perché il futuro non è vivere più a lungo, ma vivere più pienamente (e come farlo)
Alessia Canfarini, executive coach e autrice, ci spiega perché il futuro non è vivere più a lungo, ma vivere più pienamente (e come farlo)C'era un tempo in cui bastava la parola «longevità» per racchiudere il desiderio umano di una vita ben vissuta. Il solo sentir parlare delle zone blu e dei suoi centenari alimentava il desiderio di mollare tutto, trasferirsi in Paesi come il Giappone o la Sardegna, e “rubare” tutti i trucchi a queste persone. Oggi, però, quella parola sembra starci stretta.
Longevità significa occuparsi di quanto potremmo vivere — sempre di più, ce lo conferma la scienza — ma non ci dice nulla su come lo faremo. Ed è proprio questo vuoto di significato che a volte cerchiamo di riempire, affidandoci alle filosofie orientali: vi abbiamo parlato del Hanasaki, diffuso in Giappone, per vivere a lungo e felici. Lo stesso obiettivo ha spinto Alessia Canfarini, executive coach con una carriera internazionale e un vissuto personale che ha segnato profondamente il suo pensiero, a coniare un termine nuovo: Fullgevity, cioè fullgevità.
Non si tratta di un gioco di parole o di una moda del benessere. È un vero e proprio cambio di paradigma. Canfarini lo ha elaborato in anni di lavoro, confrontandosi con individui e organizzazioni. Tutto ciò che ha imparato sul tema lo ha raccontato nel libro “Fullgevity. La pienezza è la nuova longevità. Un percorso in 4 tappe per ridisegnare vita e lavoro” (FrancoAngeli). L'idea è semplice nella forma, profonda nella sostanza: dobbiamo smettere di misurare la vita in anni e iniziare a misurarla in larghezza.
Capire la fullgevity: lunghezza o larghezza?
Per capire la fullgevità basta una metafora che Canfarini ha usato nel suo TED speech. Il tempo può essere vissuto in lunghezza o in larghezza. Il primo modo è il più comune: lineare, ripetitivo, quasi automatico. Il secondo è quello che trasforma la vita in un'esperienza che val davvero la pena fare. «Se attraversiamo il tempo in modo lineare e ripetitivo, dopo sessant'anni avremo semplicemente sessant'anni. Se invece lo attraversiamo con intensità, trasformazioni, passioni, errori, apprendimenti, allora quegli stessi anni diventano un'esperienza molto più ampia».
La fullgevità è dunque la capacità di navigare una vita imperfetta, attraversata dall'imprevisto, trasformando fragilità e crisi in apprendimento e possibilità. Non è una tecnica di sviluppo personale, spiega Canfarini — e la distinzione è importante. È qualcosa di più radicale: un modo diverso di stare nel tempo, disponibile a tutti.
Fullgevità: quattro verbi per ridisegnare la propria vita
Il libro di Canfarini articola questo percorso attraverso quattro verbi: riprogettare, riconnettere, ripensare, rileggere. Non si tratta di tappe sequenziali, ma movimenti ricorrenti. È il modo in cui si risponde al cambiamento, qualunque esso sia – professionale, esistenziale, generazionale.
Prima regola: riprogettare. «Ogni cambiamento richiede una scelta progettuale»: è il momento in cui si smette di vivere in modalità automatica e ci si chiede davvero che cosa fare del tempo che si ha davanti. Poi viene il riconnettere, cioè ristabilire un legame tra la dimensione interiore e quella esteriore, tra sé e gli altri, tra individuo e comunità. Il ripensare invita a interrogare gli spazi, gli ambienti e i modelli con cui si vive e lavora. Infine, il rileggere — forse il più potente dei quattro — significa attribuire nuovo significato alle esperienze difficili, trasformarle in risorse.
«La fullgevità è più simile a una spirale: nel corso della vita torniamo più volte su queste quattro tappe dello stesso movimento, ogni volta con uno sguardo più ampio».
Dopo la pandemia, espressioni come Great Resignation e Wholeshifting sono diventati familiari. Dalla crescente domanda di senso spirituale al ripensamento degli spazi di vita, non è un caso esserci ritrovati a chiederci: qual è il vero senso di tutto i nostro percorso. Per questo la fullgevità è un concetto adatto a ogni ambito della vita umana: non si gioca solo nella sfera individuale, ma si intreccia con le grandi trasformazioni del nostro tempo.
Una vita che ha insegnato la fullgevità
La fullgevità non è un concetto nato a tavolino. È, prima di tutto, l'eredità di un'esperienza personale che Canfarini ha vissuto sulla propria pelle. A ventisette anni, mentre la sua vita sembrava procedere secondo un copione di successo professionale, la nascita di sua figlia Zoe ha cambiato tutto: un parto complicato le ha provocato una paralisi cerebrale gravissima.
«Quella notte mi ha letteralmente 'polverizzata'. Quella esperienza mi ha costretta a cambiare domanda: dalla domanda più naturale, 'Perché è successo proprio a me?', alla domanda più difficile ma anche più trasformativa: 'Dove ci porterà tutto questo?'».
Il cuore della fullgevità è tutta lì, in quelle due domande. Canfarini non ha negato il dolore né ha cercato a tutti i costi il lato positivo di quella notte tremenda. Ha scelto di trasformare la crisi nella più classica delle opportunità: un varco verso qualcosa di nuovo. Con il tempo, racconta Canfarini, ha compreso che la vita non è un percorso lineare ma una successione di attraversamenti basati su altre quattro parole chiave: consapevolezza, attraversamento, accettazione, accoglienza.
A contribuire alla nascita del libro è stato anche suo figlio Diego che, a soli sedici anni, parlava già di «proposito», di ciò che voleva fare nel mondo. Quella conversazione ha rivelato a Canfarini qualcosa di importante: non esiste un'età giusta per cercare senso. La fullgevità riguarda ogni stagione della vita: la giovinezza tanto quanto la maturità e la vecchiaia.
Le organizzazioni davanti allo specchio
Se la fullgevità riguarda le persone, riguarda anche, e forse soprattutto, le organizzazioni in cui quelle persone lavorano. Canfarini nel libro introduce il concetto di «caring organization»: un modello aziendale che mette al centro la cura delle persone nel lungo periodo, adattandosi ai bisogni che cambiano.
Ma attenzione: non si tratta di adottare un nuovo linguaggio del benessere aziendale. Canfarini è netta sul punto.
«Le aziende che riusciranno ad attraversare questa fase saranno quelle capaci di fare un passaggio culturale molto radicale: smettere di considerare le persone una risorsa da ottimizzare e iniziare a vederle come soggetti portatori di senso, di vita e di complessità».
La pandemia, ricorda Canfarini, ha reso evidente la frattura tra individui e istituzioni quando si tratta di accettare la perdita di senso del lavoro. Lo sanno bene quelli della Gen Z, che hanno idee molto chiare sul mondo del lavoro. Molte organizzazioni hanno risposto con il linguaggio della cura e del purpose, ma senza un cambiamento reale questo rimane, secondo lei, solo «linguaggio di superficie». La caring organization richiede di ripensare il senso stesso dell'impresa, non solo di comunicarla meglio.
Una pratica quotidiana, non una formula
Uno dei rischi concreti della fullgevità è scivolare nell'ennesima formula motivazionale: una di quelle che promette trasformazioni rapide e si riduce a uno slogan sui social. Canfarini lo sa, e ha costruito il libro per evitare esattamente quest’esito. Ogni capitolo alterna riflessione transdisciplinare, testimonianze dirette e una «cassetta degli attrezzi» con strumenti pratici.
Nella vita di tutti i giorni, la fullgevità si traduce in tre allenamenti concreti:
- Mantenere uno sguardo progettuale sulla propria vita
- Restare aperti all'apprendimento continuo
- Rileggere anche le esperienze difficili come occasioni di trasformazione.
Non tre cose straordinarie, mai sentite e rivoluzionari, ma certamente tre scelte quotidiane che fanno cumulo nel tempo.
«La fullgevità è una pratica che si acquisisce con il tempo, ma verso cui bisogna camminare intenzionalmente. È il tentativo, imperfetto, quotidiano, inevitabilmente incompiuto, di vivere il tempo non solo più a lungo, ma più pienamente».
C'è qualcosa di liberatorio in questa definizione. Infatti, la fullgevity non chiede di essere perfetti, di avere tutto chiaro, di aver già trovato il proprio scopo. Impone solo di continuare a cercare. Di attraversare le transizioni — di lavoro, di relazione, di identità — con curiosità e non con paura. Di lasciare che anche le crisi più dure dicano qualcosa di utile su chi siamo e su chi vogliamo diventare.
In un'epoca in cui vivremo più a lungo di qualsiasi generazione prima di noi, la domanda vera non è quanti anni avremo davanti. È cosa faremo di quel tempo. L’obiettivo più grande? Dargli senso con i cardini della fullgevità.
Foto di apertura: Kireyonok_Yuliya su Freepik

