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Congedo parentale paritario: a che punto siamo in Italia?

Tra proposte bocciate, padri che restano indietro e un’economia miope che non riesce a liberare il potenziale racchiuso nel concetto di “cura genitoriale”

Tra proposte bocciate, padri che restano indietro e un’economia miope che non riesce a liberare il potenziale racchiuso nel concetto di “cura genitoriale”

Se ne parla ormai da anni con la stessa domanda sospesa: perché, nel 2026, la cura di un figlio continua a essere una faccenda quasi tutta femminile? A febbraio la risposta politica è arrivata, e non è stata delle più incoraggianti. Una proposta di legge che avrebbe portato il congedo parentale a cinque mesi retribuiti al 100% per entrambi i genitori è stata rinviata: la Ragioneria Generale dello Stato ha bocciato il testo per mancanza di copertura finanziaria, stimando oneri per oltre 3,1 miliardi di euro nel solo primo anno. Un segnale chiaro di come, in Italia, il congedo parentale paritario resti più un orizzonte che una realtà consolidata, mentre altrove, in Europa, il tema si è già tradotto in norme concrete.

Cos'è il congedo parentale paritario

Il congedo parentale paritario è un modello in cui entrambi i genitori hanno diritto allo stesso numero di mesi di congedo, retribuiti in modo dignitoso e non trasferibili da un genitore all'altro. Se il padre non li utilizza, quei mesi vanno semplicemente persi per la famiglia, non passano automaticamente alla madre. È questo il meccanismo – già adottato nei paesi scandinavi – che spinge davvero i padri a restare a casa, superando la logica per cui il congedo parentale è “un'opzione” solo per la madre.

In Italia la normativa distingue invece tre strumenti diversi: il congedo di maternità (obbligatorio), il congedo di paternità (obbligatorio, ma di durata molto ridotta) e il congedo parentale vero e proprio (facoltativo e condivisibile tra i due genitori, entro un tetto complessivo di famiglia). È proprio questa architettura – e soprattutto l'indennità che diminuisce sensibilmente dopo i primi mesi – a rendere il modello italiano ancora lontano dalla piena parità.

Congedo parentale paritario in Italia: a che punto siamo?

La cornice normativa è il Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151, il cosiddetto Testo Unico su maternità e paternità, più volte aggiornato negli anni e da ultimo modificato dalla Legge di Bilancio 2026 (Legge 30 dicembre 2025, n. 199, art. 1, commi 217-220), con le indicazioni operative fornite dal Messaggio INPS n. 251 del 26 gennaio 2026.

Il congedo di maternità resta di cinque mesi, retribuiti all'80% a carico dell'Inps. Il congedo di paternità obbligatorio – introdotto nel 2012 con la legge Fornero – è oggi di dieci giorni, pagati al 100%, da richiedere entro i primi cinque mesi di vita del figlio o della figlia.

E poi c’è il congedo parentale facoltativo lo strumento su cui, negli ultimi anni, si sono concentrate la maggior parte delle novità: ciascun genitore può arrivare fino a sei mesi, per un tetto complessivo familiare di dieci mesi, che salgono a undici se il padre si astiene dal lavoro per almeno tre mesi consecutivi. Dei mesi indennizzabili, tre sono pagati all'80% della retribuzione, mentre per i periodi ulteriori l'indennità scende drasticamente al 30% – riconosciuto per intero solo a chi ha un reddito individuale inferiore a 2,5 volte il trattamento minimo di pensione (pari a 611,85 euro al mese).

La novità più rilevante della manovra 2026 riguarda l'età del figlio o della figlia entro cui è possibile richiedere il congedo: per i lavoratori dipendenti sale da 12 a 14 anni (resta invece fermo a 12 anni per chi è iscritto alla Gestione separata Inps, che ha diritto a un massimo di tre mesi entro il primo anno di vita del bambino). Bensì l'estensione temporale non risolve il nodo centrale, quello economico: è proprio la retribuzione ridotta al 30% oltre i primi tre mesi a scoraggiare tuttora i padri dall'utilizzare pienamente il congedo, rendendolo nei fatti meno “paritario” di quanto la norma lasci intendere.

I dati raccontano un cambiamento reale, ma ancora parziale. Secondo l'elaborazione di Save the Children sugli archivi Inps, nel 2024 il congedo di paternità obbligatorio è stato utilizzato dal 64,8% dei padri lavoratori dipendenti aventi diritto, contro il 19,2% del 2013: un utilizzo più che triplicato in poco più di dieci anni. Resta però una quota consistente – circa il 35% – che ancora non ne usufruisce, con un divario territoriale marcato: al Nord il congedo viene utilizzato dal 76% dei padri aventi diritto, contro il 44% al Sud e nelle Isole.

Congedo parentale in Europa: cosa sta succedendo

La direttiva europea 2019/1158 sull'equilibrio tra attività professionale e vita familiare fissa una soglia minima comune per tutti gli Stati membri: almeno dieci giorni di congedo di paternità e due mesi di congedo parentale non trasferibili tra i genitori. Un pavimento, non un tetto: diversi paesi lo hanno ampiamente superato, delineando modelli che l'Italia guarda ancora da lontano.

  • La Spagna è oggi uno dei riferimenti europei più citati: sedici settimane di congedo per ciascun genitore, retribuite al 100%, di cui sei obbligatorie subito dopo la nascita.
  • Il Portogallo prevede cinque mesi al 100% oppure sei mesi all'80%.
  • In Scandinavia il modello cambia scala: la Svezia riconosce complessivamente 480 giorni di congedo, retribuiti intorno all'80%, di cui 90 giorni riservati specificamente a ciascun genitore e non cedibili all'altro. La Norvegia arriva fino a dodici mesi complessivi con una ripartizione equilibrata. La Finlandia riconosce circa 164 giorni per genitore.
  • Anche il Belgio ha rafforzato negli ultimi anni il congedo di paternità, portandolo a venti giorni dal 2023
  • La Germania ha introdotto un congedo parentale flessibile che consente di lavorare fino a 32 ore settimanali per un massimo di 24 mesi.

Il filo conduttore di questi modelli è sempre lo stesso: quote di congedo riservate esclusivamente al padre, non trasferibili alla madre, e retribuzioni che restano vicine allo stipendio pieno. È questa combinazione – più che la sola durata del congedo – a fare la differenza tra una norma che resta sulla carta e una che cambia davvero le abitudini familiari.

Perché ne abbiamo (molto) bisogno

Il congedo parentale paritario non è una battaglia di principio astratta: è una leva concreta su almeno due fronti. Il primo è quello del lavoro di cura, ancora nettamente sbilanciato sulle madri – ed è proprio questo squilibrio a pesare sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro, alimentando quel pregiudizio implicito noto come “rischio maternità” nelle assunzioni. Il secondo è quello del legame tra padri e figli: la ricerca è concorde nel mostrare come un coinvolgimento precoce e prolungato del padre porti benefici duraturi nella relazione con il bambino o la bambina, benefici che un congedo di dieci giorni può solo sfiorare.

Finché il congedo parentale resterà economicamente più conveniente per la madre – complice un'indennità che crolla al 30% dopo i primi mesi – la condivisione della cura continuerà a essere una scelta quasi obbligata più che una reale opzione. I numeri lo confermano: la crescita nell'utilizzo maschile del congedo, seppur incoraggiante, si è ormai stabilizzata, e un padre su tre continua a non usufruirne affatto.

A rendere la questione ancora più concreta è un'analisi dell'Università Lumsa firmata dal docente di Economia politica Matteo Rizzolli, secondo cui il costo reale di un figlio va ben oltre la stima ufficiale di Banca d'Italia – 640 euro al mese, quasi 8mila euro l'anno, che tiene conto dei soli costi diretti come cibo, vestiti, scuola e trasporti.

Sommando anche i costi invisibili – il lavoro di cura non retribuito, la carriera rallentata o interrotta, il reddito perso, soprattutto dalle neomamme – la cifra sale a oltre 24mila euro l'anno, quasi 440mila euro nell'arco dei diciotto anni necessari a portare un figlio all'indipendenza. Come osserva lo stesso Rizzolli, si tratta di "un costo reale, ma invisibile nei bilanci familiari". Un costo che pesa in modo sproporzionato sulle madri – e che un congedo parentale realmente paritario, retribuito in modo adeguato per entrambi i genitori, contribuirebbe finalmente a redistribuire.

Cambiare la cornice economica, non solo quella normativa, resta il vero passo che l'Italia non ha ancora compiuto e forse non ha voglia di fare.

Foto di apertura: iStock