Cosa si intende per victim blaming, come opera a livello sociale e come si può combattere la vittimizzazione secondaria.
Cosa si intende per victim blaming, come opera a livello sociale e come si può combattere la vittimizzazione secondaria.Ti è mai capitato di raccontare un tentativo di violenza sessuale in strada e sentirti rispondere "Sì, ma tu come eri vestita? Avevi il rossetto, vero?". A me sì. Si chiama victim blaming - significato letterale: colpevolizzazione della vittima - e come un profumo nauseabondo ti lascia addosso una sensazione sgradevole. Ti senti in colpa senza motivo ma, soprattutto, terribilmente sola. Cerchiamo allora di approfondire questo importante tema scoprendo cos'è il victim blaming, il significato di questa espressione e soprattutto i tanti esempi attraverso cui si manifesta questo fenomeno figlio del patriarcato.
Cos’è il victim blaming
Il victim blaming consiste nel far diventare la vittima di un episodio di violenza - dai maltrattamenti in famiglia allo stupro a una festa o a un primo appuntamento - responsabile di ciò che le è accaduto. In modo parziale o totale. La prospettiva viene quindi ribaltata, a livello personale e sociale. La rappresentazione collettiva della violenza è distorta e porta chi la subisce ad autocolpevolizzarsi. Non a caso si parla di "vittimizzazione secondaria" (post crime victimization).
Dopo la prima aggressione (fisica), ne arriva un’altra, altrettanto lesiva, da parte di istituzioni (magistrati e classe dirigente), stampa (i titoli di giornale dicono molto sulla portata del fenomeno), opinione pubblica in generale.
Il victim blaming è una forma di manipolazione?
Lo spostamento della responsabilità è un meccanismo subdolo che opera in modo spesso inconsapevole, per chi lo subisce e per chi lo compie. Si traduce in un processo circolare che si autoalimenta nel tempo, perché il successivo evento traumatico è fortemente influenzato dal precedente - la sua percezione travisata potrebbe essere trasferita in automatico.
Come suggerito dalla ricerca Cognitive biases in blaming the victim, pubblicata su ScienceDirect.com, il victim blaming è un bias cognitivo. Da un punto di vista cognitivo, infatti, serve a legittimare lo status quo. Una società basata su gerarchie, principalmente di genere, in cui la donna occupa ruoli "tradizionali" o viene considerata un oggetto sessuale.
Usando le parole della giudice Paola Di Nicola, la violenza sessuale è "l’unico delitto che, in tutto il mondo, ha come principale sospettata la vittima". I pregiudizi e gli stereotipi non fanno da contorno a questa narrazione, ma sono profondamente radicati nel contesto sociale e culturale in cui viviamo.
La psicologia del victim blaming
Come analizzato nel Dossier sul victim blaming dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, da un punto di vista psicologico, la colpevolizzazione della vittima assume le sembianze del disimpegno morale.
Si deresponsabilizza l’autore della violenza e si limita la sua colpa alla superficialità e frettolosità del gesto, che gli ha impedito di accertarsi dell'assenza di consenso. La crudeltà della sua azione viene normalizzata: si trova una giustificazione socialmente accettabile, accompagnata da una caterva di argomentazioni che mettono la vittima nell’ombra.
Anche i media promuovono ferocemente questa versione e ne minimizzano la portata: invece di empatizzare per la vittima, si concentrano sul carnefice. Il carattere sistematico della violenza come forma di disparità di potere diventa, a parole, un "raptus", "lei che ha accettato l’amicizia sbagliata", o ancora "illudere quell'uomo ossessionato da lei è stato un tragico errore".
Un repertorio di false credenze che genera i cosiddetti "miti dello stupro" (la rape culture), ovvero schemi cognitivi che plasmano e alterano l’interpretazione degli episodi di violenza. Il victim blaming è un corollario della rape culture:
- i miti dello stupro vengono interiorizzati, circoscrivendo la definizione socialmente accettata di cosa si intenda per stupro;
- il biasimo nei confronti delle vittime cresce;
- tantissimi episodi di violenza non vengono né riconosciuti, né puniti;
- alle donne si danno consigli come "non tornare a casa da sola, evita le minigonne, non bere", altrimenti potrebbero essere considerate co-responsabili...
Esempio di victim blaming
Anna conosce Marco a una festa. Gli piace fin dal primo momento. Capiscono subito di avere interessi in comune. A fine serata, lui le propone di andare a casa sua per iniziare la nuova stagione di una serie TV che apprezzano entrambi. Lei, entusiasta per avere trovato qualcuno che la conosca, accetta.
Quello che succede dopo Anna non lo aveva immaginato. Si siede sul divano, speranzosa di poter commentare l’episodio una volta finito. Marco si mette accanto a lei e la bacia. Le piace, ma quel bacio si fa sempre più insistente.
Gli chiede di smettere, ma il suo rifiuto sembra eccitarlo ancora di più. Ha bevuto, e lui è molto forte. Le solleva la gonna, le scosta gli slip. Aspetta che finisca, trattenendo le lacrime. Non riuscendo neanche a urlare. Mentre lui va in bagno per sciacquarsi, riprende velocemente le sue cose e scappa via. Quella notte non chiude occhio.
Il giorno dopo racconta l’episodio alle sue amiche. Le risposte sono queste:
- "Cosa ti aspettavi? Sei andata a casa sua, gli hai dato un segnale chiarissimo…"
- "Non lo sai che film a casa vuol dire ‘sesso’?"
- "Eri a casa sua, lo hai scelto. Come fai a denunciarlo?"
- "Certo che non quella gonna pure io…"
Quali sono le conseguenze del victim blaming
La vittimizzazione secondaria ha effetti a cascata pericolosissimi. Il fenomeno può infatti influenzare l’operato di avvocati, forze dell’ordine e persino giudici. La credibilità della vittima viene messa in discussione, a volte, e le sentenze hanno esiti sfavorevoli.
L’essere state screditate dal sistema impatta in modo diretto la sfera interpersonale: la vittima inizia a criticare sé stessa, il giudizio delle persone che ama lede la sua intimità e mina la sua autopercezione.
Quando la colpevolizzazione arriva dall’ambiente sociale più vicino, infatti, a livello psicologico l’auto-biasimo e la re-vittimizzazione hanno la meglio. Il rafforzamento degli stereotipi di genere e dei bias legati alla violenza potrebbe poi condurre ad altro. L’impotenza potrebbe infatti portare all’abuso di sostanze, una depressione, un disturbo post-traumatico non diagnosticato.
Un circolo vizioso che purtroppo non possiamo spezzare schioccando le dita. Perché quando il sistema riesce a negare anche la possibilità di ricevere tutele legali, smetti di lottare e ti arrendi. In un processo di assoluzione collettiva dall’innegabile matrice sessista.
Come si combatte il victim blaming
Citando la relazione L’importanza del linguaggio nel trattamento della violenza contro le donne: Rape Culture, Victim Blaming e Vittimizzazione Secondaria della Dott.ssa Federica Fullone, il victim blaming è un problema sociale alimentato anche dalle parole.
Cambiare il racconto, a partire dagli articoli, rafforzare il supporto legale e portare la vittima a denunciare, riformare il concetto socialmente condiviso di consenso iniziando dalle leggi, sono i pezzi da unire per andare insieme (tutti e tutte) nella stessa direzione.
Quella in cui ogni donna potrà uscire di casa con il rossetto e il look che più le piace, senza il timore di essere sessualizzata e diventare, agli occhi del mondo, il bocconcino di carne prelibata che, in fondo, se l’è andata a cercare.
Immagine di anteprima: teksomolika su freepik

