Tra coppie e famiglie, il vizio di guardare lo smartphone invece delle persone che abbiamo davanti sta cambiando il modo in cui viviamo le relazioni
Tra coppie e famiglie, il vizio di guardare lo smartphone invece delle persone che abbiamo davanti sta cambiando il modo in cui viviamo le relazioniBasta guardarsi intorno – al ristorante, in metro, persino a tavola in famiglia – per notare quante persone tengono lo sguardo incollato allo smartphone invece che a chi hanno di fronte. È il phubbing, un fenomeno così diffuso da essere ormai entrato nel linguaggio comune, ma che porta con sé conseguenze relazionali tutt'altro che banali.
Cos'è il phubbing e da dove nasce il termine
Per capire cos'è il phubbing occorre partire dalla sua origine linguistica: la parola nasce dalla fusione dei termini inglesi "phone" (telefono) e "snubbing" (snobbare) e il suo significato è decisamente letterale: descrive infatti l'abitudine di ignorare la persona fisicamente presente per dedicarsi al proprio smartphone.
Il neologismo fu coniato ufficialmente il 5 maggio 2012, nell'ambito di una campagna promossa dal Macquarie Dictionary, il dizionario nazionale australiano, in collaborazione con l'agenzia pubblicitaria McCann Melbourne.
Quando si parla di phubbing, tuttavia, il punto non è la semplice presenza dello smartphone, ormai parte integrante della vita quotidiana, ma il momento in cui il dispositivo interrompe uno scambio umano e comunica, anche involontariamente, una mancanza di attenzione verso l'altra persona.
Gli effetti del phubbing sulle relazioni
Il phubbing va detto, non si esaurisce in un semplice gesto distratto. Diverse ricerche hanno mostrato che molte persone percepiscono l'uso dello smartphone da parte del partner come una fonte di distrazione e conflitto nella relazione, con effetti che possono erodere intimità, fiducia e soddisfazione della relazione.
Una ricerca del 2016 pubblicata su Computers in Human Behavior, la prima ad aver analizzato in modo sistematico il fenomeno del phubbing, ha infatti individuato una catena di effetti piuttosto chiara legata al fenomeno:
- Più una persona percepisce di essere ignorata dal partner a causa del telefono, maggiore è il numero di conflitti legati all'uso dello smartphone.
- Questi conflitti riducono la soddisfazione di coppia: non è semplicemente il telefono a creare il problema, ma le tensioni che il suo utilizzo genera nella relazione.
- Una minore soddisfazione di coppia si riflette anche sul benessere individuale, con una riduzione della soddisfazione per la propria vita e un aumento dei sintomi depressivi. Gli autori sottolineano che questo effetto è indiretto: il phubbing non causa direttamente la depressione, ma può contribuire a un peggioramento del benessere passando attraverso il deterioramento della relazione
Il phubbing genitoriale: quando a essere ignorati sono i figli
Se tra adulti il fenomeno mina la qualità della coppia, il phubbing genitoriale riguarda una dimensione ancora più delicata: quella del rapporto tra genitori e figli. Con questa espressione si indica l'abitudine dei genitori di dare priorità allo smartphone rispetto all'interazione con i bambini presenti – un comportamento che la letteratura scientifica associa anche al concetto di technoference, coniato dal ricercatore Brandon McDaniel per indicare l'interferenza della tecnologia nelle relazioni familiari.
Gli studi in materia non lasciano molti dubbi sul fatto che queste continue interruzioni possano avere conseguenze sulla qualità delle interazioni familiari. Una delle ricerche più citate, pubblicata nel 2018 da Brandon McDaniel e Jenny Radesky sulla rivista Child Development, ha osservato che i genitori che riferivano un uso più problematico di smartphone e altri dispositivi digitali erano anche quelli che interrompevano più spesso i momenti trascorsi con i figli per controllare notifiche, leggere messaggi o utilizzare il telefono. Queste frequenti "interferenze tecnologiche" risultavano associate a una maggiore presenza di difficoltà comportamentali nei bambini, sia sul piano esterno, con manifestazioni come impulsività, oppositività o aggressività, sia su quello emotivo, con sintomi quali ansia, tristezza e ritiro sociale.
Gli autori sottolineano però un aspetto fondamentale: lo studio individua un'associazione, non un rapporto di causa-effetto. In altre parole, i dati non dimostrano che sia lo smartphone a provocare questi problemi. È possibile anche il contrario: gestire bambini particolarmente impegnativi o situazioni familiari stressanti potrebbe spingere alcuni genitori a rifugiarsi più spesso nel telefono. Nel caso dei bambini, tuttavia, il problema non è soltanto il tempo sottratto allo scambio, ma la qualità della risposta emotiva del genitore. Durante i primi anni di vita, infatti, le interazioni quotidiane attraverso cui il bambino cerca attenzione, conforto e conferme contribuiscono alla costruzione della relazione di attaccamento.
Evitare il phubbing senza demonizzare lo smartphone
Il punto, sottolineano gli esperti, non è demonizzare lo smartphone, bensì riconoscere i momenti in cui la sua presenza sottrae qualità al tempo condiviso. Rimettere il telefono da parte durante una cena con gli amici, una conversazione o un gioco con i figli resta il modo più semplice per restituire valore a una presenza che, altrimenti, rischia di essere solo fisica.
Il phubbing ci ricorda infatti che la qualità delle relazioni non dipende solo dal tempo trascorso insieme, ma anche dalla qualità dell'attenzione che siamo in grado di offrire in quel tempo.
Foto di apertura: wayhomestudio su Magnific

